Il documento è stato redatto dalla dr.ssa Alessandra Rognoni, della cui valida e competente collaborazione il Progetto Kavkas si avvale. La dr.ssa Rognoni si è laureata in Lingue e Letterature Straniere con una tesi sulla ONG russa “Memorial”. Attualmente è iscritta a un dottorato di ricerca presso l’Università di Torino e si occupa di Storia del Caucaso del Nord. Per la sua ricerca risiede 9/10 mesi all’anno a Mosca allo scopo di approfondire in loco gli argomenti riguardanti le deportazioni staliniane dei popoli ceceno ed inguscio”.

Nel primo anniversario della tragedia di Beslan le immagini ci rimandano la disperazione e il dolore ancora vivo di un’intera comunità, scossa da un lutto difficile da elaborare e superare.
In particolare le madri di Beslan sono state le protagoniste di questa prima commemorazione. Donne che cercano giustizia, ma che prima di tutto chiedono di sapere la verità.
La commissione incaricata di svolgere le indagini non ha ancora prodotto nessun rapporto convincente, mentre i particolari che via via emergono fanno cadere pesantemente la responsabilità dell’accaduto sul governo russo e sulla violenza con cui le forze speciali condussero l’assalto alla scuola. Gli stessi testimoni raccontano di un’operazione sostanzialmente finalizzata all’annientamento dei terroristi e non alla liberazione e alla salvaguardia della vita degli ostaggi.
La pressione delle madri di Beslan, che avevano protestato in piazza e fatto scioperi della fame, ha portato nel mese di giugno 2005 alle dimissioni del Presidente dell’Ossezia del nord Dsazochov, accusato di aver gestito in modo disastroso le operazioni durante i giorni dell’attentato. Al suo posto è però stato nominato Mamsurov, uomo politico molto vicino all’ex presidente. Le madri di Beslan hanno allora minacciato di organizzare una marcia di protesta da Beslan a Mosca.
Nel corso di quest’anno la rabbia dei sopravvissuti e dei loro famigliari si è sempre più indirizzata contro le autorità, mentre inizialmente, subito dopo l’attentato, essa era rivolta, insieme al desiderio di vendetta, contro ceceni e ingusci, considerati i diretti artefici dell’attentato.
Gli studenti ceceni e ingusci che frequentavano l’università di Vladikavkaz, in Ossezia, furono costretti ad abbandonare i corsi per timore che gli altri studenti li aggredissero. Ma la rabbia e la violenza contro la gente cecena ed inguscia non era legata solo al recente attentato, affondava invece le sue radici in una conflittualità preesistente e momentaneamente attenuata.
L’attacco terroristico ha infatti riacceso tensioni tra i popoli che abitano il Caucaso del nord, facendo emergere un quadro decisamente complesso e non legato esclusivamente al conflitto ceceno, che prosegue da ormai più di dieci anni.
Il commando di terroristi ceceni che ha preso in ostaggio la scuola era, secondo fonti ufficiali, composto parzialmente da ingusci. Proprio questo particolare ha riportato in superficie un conflitto dimenticato e mai completamente risolto, che ha avuto come protagonisti l’Ossezia del Nord e l’Inguscezia.

IL CONFLITTO OSSEZIA DEL NORD/INGUSCEZIA

Tra il 31 ottobre e il 5 novembre 1992 nel Prigorodnij Rajon, una piccola provincia dell’ Ossezia del nord al confine con l’Inguscezia, si verificò uno scontro armato tra osseti e ingusci, che ha avuto come esito la morte di 546 civili. Lo scontro viene oggi classificato come uno dei numerosi conflitti etno-politici esplosi poco dopo il crollo dell’URSS che, come altri conflitti del genere, non ha mai avuto una soluzione politica. Nel corso degli anni non è stato raggiunto un compromesso tra le parti, lasciando la situazione in una fase latente.
Il conflitto del 1992 non è stato dimenticato dalla gente, e gli osseti hanno inizialmente considerato l’attacco a Beslan come una vendetta degli ingusci contro di loro. Le tensioni tra ingusci e osseti sono molto antiche, i due popoli sono infatti spaccati da secoli di contrasti, acuitisi durante il periodo sovietico.
Nei primi anni dopo la Rivoluzione tutti i popoli del Caucaso del nord furono riuniti in un’unica entità amministrativa che si chiamava Repubblica Sovietica della Montagna, di cui facevano parte Cecenia, Inguscezia, Ossezia, Kabarda, Balcarja e Karachaj. Successivamente, nel corso di meno di un decennio, il potere sovietico eliminò questa entità e creò delle regioni autonome formate su base etnica.
Nel 1922 venne creata una regione autonoma cecena, mentre all’interno della repubblica della Montagna restarono solo Ossezia ed Inguscezia. La capitale di questa Repubblica era Vladikavkaz, che era contemporaneamente centro amministrativo sia dell’Inguscezia che dell’Ossezia. Tra il 1924 e il 1933 Vladikavkaz svolse questo ruolo di “capitale” comune: gli uffici amministrativi osseti e ingusci avevano sede nella parte centrale della città, sulla riva destra del fiume che la attraversa. Questo dettaglio è rilevante poiché nei decenni successivi, a partire dagli anni Sessanta (dal momento cioè in cui gli ingusci iniziarono a tornare dai luoghi in cui Stalin li aveva fatti deportare) a più riprese fu richiesta dai dirigenti ingusci la restituzione delle terre perse e della parte destra di Vladikavkaz.
Nel 1933 Vladikavkaz venne ceduta completamente all’Ossezia. Questo provocò una forte reazione sia da parte dei dirigenti comunisti ingusci, sia da parte della popolazione: l’Inguscezia perdeva in questo modo la sua capitale. Per risolvere il problema dell’Inguscezia, che era rimasta senza un centro amministrativo, fu deciso di unire in un’unica regione autonoma la Cecenia e l’Inguscezia, il cui centro amministrativo comune divenne Groznij.
Nel 1936 la regione venne trasformata nella Repubblica Autonoma Socialista Sovietica Ceceno-inguscia.

L’Ossezia, la cui popolazione è prevalentemente cristiano-ortodossa, durante i primi decenni successivi alla Rivoluzione si trasformò nella regione più sovietizzata delle nazioni montane del Caucaso del nord. Di contro l’Inguscezia e la Cecenia ricominciarono a scontrarsi col potere. Ceceni e ingusci infatti avevano combattuto per secoli contro l’impero zarista, tentando di ribellarsi alle mire espansionistiche russe. Per questo motivo i due popoli avevano inizialmente sostenuto la Rivoluzione, vedendo in essa la possibilità di riconquistare la propria indipendenza. Ma la cultura di ceceni e ingusci, profondamente attaccata ai legami famigliari e all’islam, era assolutamente incompatibile con la mentalità sovietica. La collettivizzazione forzata e la sovietizzazione spirituale furono tra i fattori principali che dopo il 1920 caratterizzarono la frattura di ceceni e ingusci con il regime, e che causarono la ripresa degli scontri con il potere centrale.

L’altro punto saliente, che segnò profondamente i rapporti tra ceceni, ingusci, osseti e russi, furono le deportazioni ordinate da Stalin nel 1944 .
I ceceni e gli ingusci furono accusati di tradimento della patria e di collaborazionismo coi nazisti, che tra il 1942 e il 1943 avevano occupato parte del Caucaso del nord. L’accusa era falsa, i casi di collaborazionismo furono sporadici, ma la deportazione era sostanzialmente un modo per punire, ed eliminare attraverso lo spostamento forzato, dei popoli giudicati inaffidabili, che non si erano mai integrati nel sistema sovietico. Il popolo osseto non fu toccato dalle deportazioni, ma anzi, in seguito al trasferimento forzato degli ingusci, guadagnò dei nuovi territori che furono annessi all’Ossezia.
Per quanto riguarda ceceni e ingusci, la deportazione avvenne il 23 febbraio 1944: in un solo giorno l’intera popolazione, circa 500.000 persone, fu caricata su carri-bestiame e trasferita in Asia centrale, soprattutto in Kazachstan. Il viaggiò durò tre settimane, in condizioni igienico-sanitarie drammatiche. Si stima che nei primi mesi dopo la deportazione siano morte circa 100.000 persone per malattie, fame e freddo.
Nei luoghi di deportazione ceceni e ingusci furono sistemati in baracche, distanti dai centri abitati e guardati dalla gente del posto spesso con sospetto e ostilità. Vennero impiegati per lavorare nelle miniere e per mansioni agricole nei kolchoz ed avevano il divieto di allontanarsi dai luoghi in cui erano stati insediati.
Nel 1944 la repubblica autonoma Ceceno-inguscia venne liquidata. Scomparve dalle carte geografiche, dai libri di storia, dalle enciclopedie. Il suo territorio venne spartito tra il Daghestan, la Georgia e l’Ossezia del nord. La parte di territorio che fu assegnata e annessa all’Ossezia del nord corrispondeva grossomodo all’odierna Inguscezia.

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LE FOTO DEL CONFLITTO OSSETO-INGUSCIO

La memoria di ceceni e ingusci venne cancellata, furono cambiati i nomi geografici, distrutti i luoghi di culto e i cimiteri. La regione venne ripopolata da russi e ucraini.
Nella parte che fu data all’Ossezia vennero insediati in particolare osseti provenienti dalla Georgia, dall’Ossezia del sud e del nord.
Il discorso segreto di Chruschev del 1956 denunciò i crimini commessi da Stalin, in particolare nei confronti delle nazionalità che subirono persecuzioni e deportazioni. A molti di questi popoli fu concessa la riabilitazione e il permesso di tornare nelle proprie terre.
Fu così che nel 1957 la Repubblica Ceceno-inguscia venne ripristinata, ma con dei confini diversi rispetto a quelli che aveva nel 1944. Buona parte dell’area occidentale della repubblica (che oggi corrisponde all’Inguscezia) rimase parte integrante dell’ Ossezia del nord. Quest’area si chiama Prigorodnij Rajon.

I ceceni e gli ingusci furono riabilitati e venne consentito loro di tornare in patria. Ma il loro ritorno fu accompagnato da tensioni e proteste da parte degli abitanti che avevano ripopolato quelle terre. In Cecenia la popolazione era prevalentemente russa, soprattutto a Groznij, dove spesso ai ceceni fu impedito di tornare ad abitare, mentre agli ingusci non fu permesso di tornare nel Prigorodnij Rajon.
Tra il 1958 e il 1973 si verificarono numerosi scontri tra la popolazione cecena e inguscia e le autorità sovietiche di Groznij. Nel 1973 in particolare alcune centinaia di ingusci manifestarono per la restituzione del Prigorodnij Rajon, chiedendo anche di diventare un’entità indipendente dalla Cecenia ( va ricordato che dal 1957 al 1992 i popoli ceceno e inguscio vissero insieme, all’interno della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Ceceno-Inguscia).
Nel 1981 a Vladikavkaz ci furono degli scontri molto violenti. La scintilla era stata la morte di un tassista osseto. L’uccisione fu attribuita agli ingusci, che subirono dei pogrom.

Nel 1991 l’URSS cessò di esistere, e nel suo disintegrarsi si portò dietro una scia di conflitti etnici.
I presupposti del conflitto tra Ossezia e Inguscezia erano però strettamente legati alla politica legislativa degli ultimi anni di vita dell’URSS.
Tra il 1989 e il 1991 furono emanate una serie di leggi relative alla riabilitazione dei popoli deportati. All’interno di queste leggi si faceva riferimento a una riabilitazione di tipo territoriale: i confini delle repubbliche i cui popoli furono deportati, dovevano essere riportati a come erano al momento precedente alle deportazioni, cioè al 1944. Questo avrebbe significato che il Prigorodnij Rajon, ceduto all’Ossezia nel 1944, nel 1991 sarebbe tornato a far parte dell’Inguscezia. Questa legge ebbe come effetto di inasprire i rapporti tra osseti e ingusci: gli osseti temevano di perdere un territorio in cui si erano insediati da ormai quasi cinquant’anni, gli ingusci invece si sentirono riconoscere legalmente ciò che da decenni chiedevano. I dirigenti politici osseti e ingusci stavano cercando un compromesso per risolvere il nodo delle questioni territoriali. La nuova legge irrigidì le posizioni di entrambe le parti, allontanando la possibilità di trovare un punto di incontro.

Nel frattempo in Cecenia iniziava a farsi avanti una linea politica che spingeva verso l’indipendenza dalla Federazione Russa. L’ indipendenza della Cecenia (che allora era ancora Ceceno-inguscezia) dalla federazione russa, avrebbe compromesso la battaglia dell’Inguscezia per riavere il Prigorodnij Rajon. Infatti si trattava di una contesa legale che aveva valore finchè giocata all’interno delle federazione russa, mentre se l’Inguscezia, insieme alla Cecenia, fosse diventata un’entità statale indipendente, fuori dalla federazione russa, rischiava di vedere sfumare la possibilità di riavere il Prigorodnij Rajon.

Il 30 novembre nell’area inguscia della ceceno-inguscezia si svolse un referendum sull’autodeterminazione dell’Inguscezia e sulla volontà di rimanere all’interno della Federazione russa. L’esito fu positivo e nel 1991 con un decreto fu creata la Repubblica di Inguscezia , parte integrante della Federazione russa. Tuttavia la legge non conteneva la descrizione dei confini della nuova repubblica, lasciando irrisolta la spinosa questione del Prigorodnij Rajon.
La situazione tra Ossezia e Inguscezia divenne sempre più tesa, con una serie di scontri e sparatorie che nei primi mesi del 1992 iniziarono ad essere sempre più frequenti.
Dal 3 ottobre al 5 novembre 1992 si svolse il conflitto vero e proprio costato la vita a 546 persone, di cui 407 ingusci e 105 osseti.

Il conflitto é solo rientrato in una fase latente. Non c’è mai stata una soluzione politica, nè da parte del centro federale, nè da parte del governo delle due repubbliche, mentre il Prigorodnij Rajon è rimasto all’Ossezia. In seguito al conflitto alcune decine di migliaia di ingusci che vivevano in Ossezia, e in particolare nel Prigordonij Rajon, sono fuggiti in Inguscezia.
A distanza di più di un decennio in Inguscezia vivono ancora alcune migliaia di profughi. Le loro condizioni sono di estrema povertà: il principale campo profughi in cui vivono è considerato terra di nessuno. Si trova sul territorio della repubblica osseta, ma viene gestito dalle autorità dell’Inguscezia. Tuttavia i servizi per la migrazione di entrambe le repubbliche rifiutano di mettere in budget le spese di gestione del campo: l’Inguscezia per mancanza di fondi, l’Ossezia perchè ritiene che sia responsabilità dell’Inguscezia.
Oltre ai profughi causati dal conflitto con l’Ossezia, l’Inguscezia a partire dal 1994 ha dato accoglienza a un numero molto alto di civili che fuggivano dal conflitto in Cecenia. A metà degli anni Novanta la popolazione dell’Inguscezia era praticamente raddoppiata a causa dell’enorme numero di profughi.
E proprio il conflitto in Cecenia, mentre si commemora il primo anniversario della strage di Beslan, sembra essere tornato ad essere uno dei tanti conflitti dimenticati.
Dal 1994 ad oggi si stima che le vittime della guerra in Cecenia siano tra le 150.000 e le 200.000.
Il conflitto ceceno sembra essere ignorato dalla comunità internazionale, dall’opinione pubblica e dai mezzi di comunicazione. Nonostante le affermazioni di Putin, secondo cui ormai la situazione si va stabilizzando, numerose ONG russe e straniere continuano a lanciare allarmi sulla situazione dei diritti umani. La popolazione civile è vittima della violenza sia dell’esercito russo, sia delle milizie cecene del governo filo russo. Di anno in anno sale il numero delle persone scomparse in seguito ad operazioni di rastrellamento e “lotta al terrorismo”. L’ONG russa “Memorial” denuncia che dal 2002 ad oggi in Cecenia sono state rapite 1627 persone.
Nuove generazioni di giovani stanno crescendo in Cecenia, abituati ormai a vivere in un clima di violenza quotidiana. Numerosi sono gli allarmi relativi ai gravi disagi psicologici di molti bambini ceceni, che da dieci anni vivono in uno stato di guerra.
La situazione è in un vicolo cieco: la politica di Putin è fallita, e la popolazione civile è in balia dei terroristi e dei soldati. Mentre l’occidente sembra ricordarsi della Cecenia solo in occasione di clamorosi e tragici attentati.