Ciscaucasia

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OSSEZIA SETTENTRIONALE

Repubblica (8000 km2; 664.000 ab.; capol. Vladikavkaz), facente parte della Fed. Russa; estesa sul versante sett. del Caucaso, è attraversata dal f. Terek. Agricoltura (cereali, semi oleosi), allevamento (ovini) e sfruttamento forestale; le industrie (alimentari, del legno) sono prevalentemente ubicate nel capol., oltre al quale sono centri importanti Mozdok, Beslan e Alagir. In russo, Severo-Osetinskaja.

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CECENIA

Repubblica autonoma (19.300 km2 incluso il territorio della Repubblica degli Ingusci; 1.277.000 ab.; capoluogo Grozny) della Fed. Russa (della quale, tuttavia, ha rifiutato di sottoscrivere il nuovo patto federale, nel marzo 1992), estesa nella Ciscaucasia tra il medio bacino al fiume Terek a N e i contrafforti settentrionali del Grande Caucaso (monte Tebulosmta, 4492 m) a S, in una regione a clima continentale, ricoperta in gran parte dalla steppa. La popolazione, costituita da Ceceni (48%), Russi (34%), Ingusci (11%) e da minoranze armene e ucraine, professa la religione musulmana sunnita ed è dedita all’agricoltura nella fertile valle del Terek, all’allevamento bovino e ovino nelle zone montane e allo sfruttamento dei ricchi giacimenti petroliferi di Grozny, Goragorski, Karabulak e Malgobek. Le industrie, attive nei settori petrolchimico, chimico, meccanico e alimentare, sono concentrate nel capoluogo, oltre al quale sono centri importanti Gudermes e Argun. Istituita nel 1936, fu soppressa nel periodo 1944-57.

STORIA
Provenienti da un territorio ignoto, gli antenati dei Ceceni si stabilirono attorno al 1000 a. C. nella regione che, collocandosi nella catena montuosa del Caucaso, costituì nei secoli seguenti una naturale barriera per la Russia contro le possibili invasioni della Turchia e della Persia. Fu lo zar Ivan il Terribile ad avviare nel Cinquecento una campagna durata tre secoli per sottomettere il popolo ceceno e le altre tribù caucasiche, oggetto nello stesso tempo dell’espansionismo dell’Impero ottomano che nel 1585, sotto il sultano Murad III, conquistò l’area introducendovi la religione musulmana. Nel 1785-91, sotto lo sceicco Mansur Ushurma, le truppe cecene si misero alla testa dell’insurrezione antirussa condotta dalle tribù delle montagne caucasiche, la prima delle molte ribellioni contro la Russia, che riuscì a sottomettere i popoli caucasici solo dopo un lungo periodo di campagne militari condotte nella prima metà dell’Ottocento. Nel 1864, dopo che l’asceta musulmano Imam Shamil sospinse inutilmente i Ceceni alla guerra santa contro gli zar, terminò la sanguinosa lotta per l’indipendenza. Alla fine della prima guerra mondiale, tuttavia, la Cecenia divenne parte della neonata Repubblica della Federazione settentrionale del Caucaso (1918), riconosciuta da Germania, Turchia, Austria, Bulgaria e dalla stessa Russia bolscevica. Quest’ultima però nel 1920 invase la nuova Repubblica e unì quindi la Cecenia alla confinante Inguscezia (formando così la Repubblica sovietica della Ceceno-Inguscezia), mentre i nazionalisti caucasici andarono esuli prima in Polonia e poi in Francia, dove vivono ancora i loro discendenti. Al potere sovietico i Ceceni si ribellarono per ben due volte, nel 1929 e nel 1940, e in entrambi i casi subirono la violenta repressione del regime stalinista, che tuttavia nel 1936 costituì la Cecenia in Repubblica autonoma. All’inizio della II guerra mondiale si formò in Cecenia un governo ribelle, che nel giugno del 1942 lanciò alla popolazioni cecene ed ingusce un appello per sostenere le truppe occupanti tedesche qualora queste avessero riconosciuto l’indipendenza della Repubblica. Due anni dopo Stalin trasse pretesto da questo evento per togliere alla Cecenia lo statuto di Repubblica autonoma e per confinare circa 500.000 Ceceni in Kazakistan e in Siberia. Molti soldati ceceni dell’Armata Rossa, fatti prigionieri dai nazisti, rifiutarono di tornare in patria, trovando rifugio in Germania, in Turchia e negli Stati Uniti, e solo nel 1957 i Sovietici ripristinarono l’autonomia della Repubblica e autorizzarono i Ceceni deportati a tornare nelle loro terre. L’antica opposizione al dominio russo esplodeva al momento del dissolvimento dell’U.R.S.S., quando i Ceceni dichiaravano l’indipendenza (1990) e un ex generale dell’aviazione sovietica, Dzhokar Dudayev, dopo aver attuato un colpo di Stato contro il locale governo comunista, veniva eletto primo presidente della nuova Repubblica (1991). Nel 1992 il rifiuto ceceno di aderire alla nuova Federazione Russa sorta sulle ceneri dell’Unione Sovietica e la separazione dall’Inguscezia, rimasta invece con la Federazione, costituivano le premesse di una crescente tensione con la Russia, alimentata all’interno dagli scontri tra i secessionisti guidati da Dudayev e i fedeli all’egemonia di Mosca.

Nel 1994 il governo russo decideva di inviare proprie truppe in Cecenia, innescando una guerra drammatica, con vittime militari e civili, che trovava una sua prima pausa solo dopo la capitolazione di Grozny (1995), ridotta ad un cumulo di macerie, e la conquista russa di quasi tutto il territorio ceceno. La tregua raggiunta nell’estate del 1995 veniva immediatamente rotta dalla tenace resistenza dei partigiani indipendentisti, condotta attraverso clamorose azioni di guerriglia e atti terroristici, ed affiancata da manifestazioni popolari contro il governo filomoscovita instaurato a Grozny all’inizio del 1996 e guidato da Doky Zavgayev (ex presidente del Soviet della Ceceno-Inguscezia). L’evidente impossibilità di risolvere il conflitto con le armi spingeva entrambe le parti ad accettare la via di nuove trattative e un secondo armistizio veniva siglato nel giugno del 1996 tra il governo di Mosca e Zemlikhan Yandarbiyev, che aveva ereditato la leadership dei ribelli ceceni dopo la morte di Dudayev. Questa volta a riprendere subito le ostilità era però l’esercito russo, che attaccava le forze cecene nei villaggi ancora da queste controllati. Un nuovo accordo di pace dell’agosto 1996 stabiliva la definizione dei rapporti tra Cecenia e Federazione Russa entro il 2001 e entro pochi mesi il ritiro delle truppe russe, che in realtà lasciavano il Paese solo alla vigilia delle elezioni presidenziali cecene, tenute il 27 gennaio 1997 sotto l’egida dell’O.C.S.E. (Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa) e vinte da Aslan Maskhadov, un nazionalista musulmano di tendenze moderate ed ex capo di stato maggiore dell’esercito ceceno. Sul nuovo accordo e sulla disponibilità di Maskhadov di trovare un compromesso con la Russia pesavano tuttavia il drammatico retaggio della guerra e i possibili colpi di coda dei gruppi più oltranzisti prosperati in un paese devastato, disorganizzato ed estraneo, per la sua struttura sociale basata sui clans, alla nozione stessa di Stato. Pertanto la già debole autorità presidenziale veniva ben presto disintegrandosi, lasciando spazio all’emergere dell’estremismo separatista e islamico, che nell’agosto del 1999 lanciava un’insurrezione nella Repubblica.

La conquista di alcuni villaggi del Dagestan (la vicina Repubblica della Federazione russa, che era riuscita a preservarsi dalle conseguenze del primo conflitto russo-ceceno) da parte di guerriglieri islamici, capeggiati dall’ex ministro ceceno Shamil Basaev, e la proclamazione di uno Stato islamico indipendente nei territori occupati, deterioravano nuovamente i rapporti con la Russia che (anche per aver subito una serie di sanguinosi attentati a Mosca attribuiti ai Ceceni) interveniva di nuovo militarmente. La spaccatura verificatasi in Cecenia tra moderati e oltranzisti musulmani era immediatamente ricucita di fronte all’offensiva dell’esercito russo, che sul finire del 1999 portava l’attacco finale contro la capitale. La guerra, nel 2000, continuava a rappresentare un grave fattore di destabilizzazione della regione nordcaucasica, anche perché lo sforzo dei ribelli ceceni di coinvolgere le minoranze loro affini del Dagestan in una “guerra santa” islamica contro la Russia sembrava profilare un disegno di unificazione musulmana dell’intero Caucaso e nello stesso tempo il tentativo di raggiungere uno sbocco sul Caspio da parte della Cecenia. Elementi che rendevano quanto mai ardua la ripresa di trattative, unitamente alla decisione russa di amministrare direttamente la regione e di rifiutare la legittimità del presidente Maskhadov. Nel 2002 la tensione sfociava nella clamorosa irruzione in un teatro moscovita di un commando di guerriglieri ceceni, che prendevano in ostaggio più di settecento civili. L’intervento delle forze speciali russe poneva fine al sequestro, lasciando sul terreno, a causa dei gas utilizzati nel corso dell’operazione, più di cinquanta morti tra i sequestratori e oltre cento vittime tra gli ostaggi. Alla fine dello stesso anno i ribelli ceceni portavano a termine un altro grave attentato, nel corso del quale due automezzi guidati da kamikaze venivano fatti esplodere davanti al palazzo del governo di Groznj, provocando decine di morti e di feriti. Nel 2003 si svolgeva un referendum popolare per l’approvazione di una nuova Costituzione, proposta dal governo russo, che sanciva l’appartenenza della repubblica caucasica alla Federazione Russa, riconoscendole però uno statuto di autonomia. Gli esiti della votazione, che registrava una notevole partecipazione, erano favorevoli alla proposta russa.
Tuttavia questo non rappresentava una svolta sulla via della pacificazione, in quanto continuavano gli attentati che facevano numerose vittime. Nel corso dello stesso anno si svolgevano le elezioni presidenziali che erano vinte da Akhmad Kadyrov, il candidato sostenuto da Mosca, anche a causa del ritiro della candidatura o dell’esclusione degli altri candidati. Nel maggio 2004 Kadyrov veniva ucciso in un altro attentato dai ribelli. Nelle successive elezioni presidenziali, svoltesi in agosto, si affermava il candidato di Mosca, Alu Alkhanov, ex ministro dell’interno. Nel marzo 2005 Maskhadov veniva ucciso in un blitz dell’esercito russo.

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INGUSCEZIA

Repubblica autonoma della Federazione Russa con capitale Nazran. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’Inguscezia ha manifestato la volontà di restare all’interno della Federazione Russa, scegliendo la via della separazione dalla Cecenia, che è stata formalizzata, nel dicembre 1992, da un emendamento della Costituzione della Russia. Alcuni mesi più tardi, nel corso di un congresso straordinario, gli Ingusci hanno proclamato la sovranità del loro Stato all’interno della Federazione Russa (15 maggio 1993). Fin dall’inizio, la stabilità politica e sociale della Repubblica di Inguscezia è stata compromessa dagli scontri cruenti che l’hanno opposta alla Repubblica dell’Ossezia Settentrionale, a causa delle rivendicazioni ingusce sulle terre del distretto di Prigorodni, parte integrante del territorio dell’Inguscezia, fino a quando, nell’ambito della politica di smembramento voluta da Stalin per punire gli Ingusci accusati di collaborazionismo con i Tedeschi, vennero incorporate all’interno dell’Ossezia del Nord.

Alla violenza degli scontri, che hanno costretto Mosca a inviare una forza militare di interposizione, si è aggiunto il problema dei profughi: dei 30.000 Ingusci viventi in Ossezia, molte migliaia hanno abbandonato volontariamente, ma soprattutto in seguito a forti pressioni, le proprie abitazioni e si sono riversati in Inguscezia, creando gravi problemi di ordine sociale ed economico. A questa prima ondata di profughi ne è seguita una seconda, provocata dal conflitto russo-ceceno, che ha reso ancora più drammatica la situazione. Tuttavia, il governo dell’Inguscezia non ha mostrato segni di cedimento riguardo le sue rivendicazioni sulla regione di Prigorodni, al contrario l’adozione, alla fine del 1995, di una Costituzione in cui si ribadisce la sovranità su di essa ha, di fatto, vanificato gli accordi che nei mesi precedenti erano stati stipulati fra il governo inguscio e quello osseto, per effetto dei quali il ritorno dei profughi ingusci in Ossezia sarebbe stato garantito in cambio della rinuncia, da parte dell’Inguscezia, alle sue pretese sul territorio di Prigorodni. Il perdurare della situazione di transizione e di instabilità rappresentano un serio ostacolo per lo sviluppo dell’Inguscezia, della quale non è possibile nemmeno definire con una valida approssimazione l’estensione territoriale.

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KABARDINO-BALKARIA

Repubblica di Kabardino-Balkar o il Kabardino-Balkaria. È una repubblica dalla Federazione Russa, situata nel Caucaso del Nord. La trascrizione diretta del nome della repubblica è Kabardino-Balkarskaya Respublika o Kabardino-Balkariya.

GEOGRAFIA
La repubblica è montagnosa (crinale del Caucaso), con pianure nella parte settentrionale (bassopiano caspico).
Zona:km² 12.500.
Frontiere: interno:Karachay-Cherkessia (N/NW), Stavropol Krai (NW/E/SE), Ossetia-Alania Del nord (s) – internazionale:Georgia (SW/W)
Punto più alto: Elbrus (5.642 m).
Distanza massima Nord/sud::167 chilometri.
Distanza massima di Est/Ovest::123 chilometri.

FIUMI:

  • Terek (623 chilometri)
  • Baksan
  • Malka (216 chilometri)
  • Cherek (131 chilometro)
  • Chegem (102 chilometri)
  • Fiume Di Argudan
  • Fiume Di Lesken
  • Fiume Di Urukh
LAGHI:
In Kabardino Balkaria ci sono circa 100 laghi. La maggior parte di essi (55) sono situati fra il fiume Baksan ed il fiume Malka, Fra essi:

  • Lago Tserikkel (m² 26.000; profondità 368 m.)
  • Lago Goluboye
  • Lago Kel-Ketchen (profondità 177 m.)
  • Lago superiore Goluboye (profondità 18 m.)
  • Lago Sekretnoye
  • Lago Tambukanskoy (km² area:1.77; profondità 1.5-2 m.). Parte del lago fa parte della regione Stavropol Krai.
MONTAGNE:
In Kabardino Balkaria si torva la più alta montagna di’Europa: il monte Elbrus. Altre montagne importanti sono:

  • Dykhtau (5.402 m)
  • Koshkhatau (5.151 m)
  • Shkhara (5.068 m)
  • Picco di Pushkin (5.033 m)
  • Mizhergi (5.025 m)

RISORSE NATURALI:
Le risorse naturali della Repubblica sono il molibdeno, il tungsteno ed il carbone.

CLIMA:
Il clima è di tipo continentale.
Temperatura media di gennaio:-4°C (pianura) a -12°C (montagne).
Temperatura media di luglio:+23°C (pianura) a +4°C (montagne)
Precipitazione media annua: 500-2.000 millimetri.

DIVISIONE AMMISTRATIVA:
Nalchik è la capitale della repubblica, Tyrnyauz è il centro amministrativo della Balkaria.

DEMOGRAFIA:
La Kabardino-Balkaria è composta da due gruppi etnici: i Kabardi al nord (di lingua caucasica) ed i Balkari al sud (di lingua turca). Vi è una significativa presenza di popolazione russa. I Kabardi sono circa il 43% della popolazione, i Balkari l’ 8% ed i Russi il 33%.

POPOLAZIONE: 901.494 (2002)
– Urbano:510.346 (56.6%)
– Rurale:391.148 (43.4%)
– Maschile:422.720 (46.9%)
– Femminile:478.774 (53.1%)
– Femmine per 1000 maschi:1.133
– Età media:30.9 anni
– Urbana:32.4 anni
– Rurale:29.0 anni
– Maschile:29.1 anni
– Femminile:32.8 anni
– Numero di famiglie: 227.922 (891.783 persone)
– Urbano:144.872 (504.085 persone)
– Rurale:83.050 (387.698 persone)

STORIA:
Dominio mongolo: 1242 – 1295
Dominio georgiano: 1295 – 1387
Dominio di Timurid: 1387 – 1405
Dominio georgiano: 1405 – 1505
Dominio persiano: 1502 – 1516
Dominio ottomano: 1516 – 1557

Le terre di Kabardia sono sotto protettorato russo dal 1557. Nel 1739 la Kabardia ha raggiunto l’independenza e nel 1774 è parte dell’impero russo .La Balkaria è stato annessa nel 1827.
Il 1 settembre 1921, con la nascita dell’Unione Sovuetica, i territori sono stati organizzati nell’autonoma Oblast del Kabardino. L’anno successivo il nome della regione è stato cambiato in Kabardino-Balkar Oblast autonoma. Il 5 dicembre 1936 è diventata una Repubblica socialista sovietica autonoma. Nel 1944 Stalin accusa il Balkari di collaborazione con la Germania nazista e ne deporta l’intera popolazione. Il nome viene cambiato in Kabardin ASSR fino al 1957, quando fu concesso ai Balkari di tornare, ristabilendo il precedente appellativo. stato ristabilito.

POLITICA
La Kabardino Balkaria è una repubblica presidenziale. Il presidente è Arsen Kanokov.

ECONOMIA
Agricoltura (mais, frutta), allevamento bovino e ovino

DAL CORRIERE DELLA SERA: “Kabardino-Balkaria, regione ad alto rischio”
Conflitti etnici e religiosi in una zona dove vivono 900 mila persone. Lo scorso anno le incursioni del gruppo radicale Yarmuk”

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DAGHESTAN

Repubblica autonoma (50.300 km2; 2.118.800 ab. secondo una stima del 1999; capoluogo Mahačkala) della Fed. Russa, al confine con la Georgia e l’Azerbaigian. Il territorio, compreso tra i fiumi Kuma e Samur, è pianeggiante a N (Steppa di Nogaj) e montuoso a S, dove è interessato dai rilievi del Grande Caucaso; affacciato a E al Mar Caspio, è solcato da numerosi fiumi, tra cui il Terek e il Sulak. Principali risorse economiche degli abitanti (Avari, Dargna, Cumucchi, Lesghi, ecc.) sono l’agricoltura (cereali, semi oleosi, frutta, vite), l’allevamento (ovini, bovini), la pesca, lo sfruttamento forestale e soprattutto del sottosuolo (petrolio a Južno-Suhokumsk, gas naturale presso le coste del Caspio). Le industrie (petrolchimiche, alimentari, meccaniche, tessili) sono concentrate nel capoluogo (punto terminale di un oleodotto) e nelle città di Derbent, Bujnaksk, Hasavjurt e Kizljar. Anche Daghestan; in russo, Dagestanskaja Respublika.

ECONOMIA
La situazione dell’economia del Dagestan, già gravemente dissestata e che, anche nel periodo sovietico, era tra le più povere dell’Unione, è ulteriormente peggiorata: la disoccupazione e la povertà sono in aumento e, allo stesso tempo, la popolazione è continuamente minacciata dal diffondersi di epidemie di colera. Le possibilità di risolvere in breve tempo questi problemi sono precluse innanzitutto dagli ostacoli posti, dopo il crollo dell’U.R.S.S., all’emigrazione nei nuovi Stati indipendenti, che fino ad allora aveva rappresentato una valvola di sfogo per le popolazioni degli Stati più poveri, ma anche dalla situazione di embargo in cui, di fatto, il Dagestan si è venuto a trovare. Tutte le sue grandi linee di comunicazione (ferrovie, autostrade, cavi telefonici), infatti, passando sul territorio ceceno, sono state distrutte nel corso dei combattimenti svoltisi negli ultimi mesi del 1999 e nel 2000 e di conseguenza si sono interrotti i collegamenti del Dagestan con l’entroterra caucasico.

STORIA
Per la sua posizione strategica d’importanza eccezionale, dovuta soprattutto al passo di Derbent, fu occupata dai Romani, poi dai Persiani (sec. IV) e dagli Arabi (sec. VII-VIII), mentre a nord scorrazzavano i Chazary. Il territorio nel sec. X era suddiviso in principati musulmani, cristiani o ebraici; dopo il sec. XIII vi predominarono i Tatari, nel XVI i Turchi; ma dal sud e dall’ovest incalzavano Persiani e Russi. All’inizio del sec. XIX prevalsero i Russi; i principi locali tentarono un’ultima resistenza sino al 1865, quando il Dagestan fu conglobato nell’Impero russo. Nel 1918 vi si attestarono le forze “bianche” di Denikin, appoggiato da Turchi e Inglesi; ma nel 1920 le truppe rivoluzionarie ebbero il sopravvento e il Dagestan divenne (20 gennaio 1921) una repubblica autonoma della Repubblica Russa nell’ambito dell’U.R.S.S., di cui ha fatto parte fino alla disgregazione dell’Unione, nel 1991. La dissoluzione dell’Unione Sovietica non ha trascinato il Dagestan nella spirale disgregatrice in cui sono state coinvolte le altre repubbliche ex sovietiche della regione caucasica, pur avendo egualmente innescato al suo interno numerosi meccanismi di destabilizzazione, che hanno minato il fragile equilibrio della sua struttura socio-economica. Già in concomitanza con l’inizio della perestrojka erano sorte organizzazioni a base etnica che nel corso del tempo si sono moltiplicate, in rappresentanza delle numerose popolazioni – una quindicina, suddivise in più di cinquanta tribù – che vivono all’interno del Paese. Le loro rivendicazioni, in alcuni casi, vanno al di là della semplice autonomia e sfociano nella rivendicazione del diritto all’indipendenza. È questo il caso dei Cumucchi (230.000 unità), dei Lak (100.000 unità) e dei Lesghi (324.000 unità), un popolo caucasico, quest’ultimo, di religione musulmana sunnita, stanziato sui territori del Dagestan e dell’Azerbaigian attraversati dal fiume Samur, che segna il confine tra i due Stati. All’interno della ex Federazione sovietica i rapporti fra le due comunità dei Lesghi non erano pregiudicate dalla esistenza di questa frontiera, che era soltanto amministrativa. La sua trasformazione in confini internazionali ha però minato l’unità di questo popolo che ultimamente ha manifestato la volontà di costituire una propria repubblica autonoma, comprendente i territori di entrambi gli Stati. Il sentimento indipendentista dei Lesghi è anche stato alimentato dalla decisione adottata da Mosca di inviare le sue truppe per consentire il blocco del confine tra Azerbaigian e Dagestan. Questa scelta si giustifica all’interno del generale interesse politico-economico della Russia di preservare il più possibile la propria egemonia sulla regione del Caucaso, e, in particolare, con la sua volontà di mantenere il controllo dell’oleodotto che da Baku, in Azerbaigian, convoglia il petrolio al suo porto di Novorossisk, sul Mar Nero, e che attraversa il territorio dei Lesghi nel suo tratto iniziale, prima di penetrare nel territorio della Cecenia, contro la quale, del resto, la Russia ha ingaggiato, a partire dal 1994, un sanguinoso conflitto (1994-96) per reprimerne il desiderio di indipendenza e, di conseguenza, la presenza delle sue truppe lungo il confine azerbaigiano si giustifica con la volontà di impedire che attraverso di esso transitino le armi dirette ai ribelli ceceni. Questa guerra, data la presenza in Dagestan di una forte minoranza cecena, gli Akin (40.000 unità), finiva per coinvolgere direttamente il Paese che, proclamatosi neutrale, assisteva impotente all’arrivo di moltissimi sfollati ceceni (65.000 secondo le rivelazioni dell’Alto Commissariato per i profughi). La situazione si aggravava nel 1999 quando, in seguito all’occupazione di alcuni villaggi nel Sud-Ovest del Paese da parte di ribelli islamici filoceceni che proclamavano uno Stato islamico indipendente, l’esercito russo iniziava una violenta offensiva in Dagestan, estendendola poi in Cecenia, base d’appoggio dei ribelli.

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ADIGEZIA

Repubblica autonoma (7600 km2; 449.300 ab., secondo una stima del 1999; capitale Majkop), dal 1992, del Territorio di Krasnodar situato nella Federazione Russa, limitata per un tratto dal fiume Kuban e dal suo affluente Laba; si estende in parte sulle ultime propaggini del versante nord-occidentale del Caucaso, in parte su una fertile pianura irrigua, coltivata a frumento, girasole e tabacco nella sezione occidentale e a canapa in quella orientale. L’attività industriale si basa soprattutto sulla trasformazione dei prodotti agricoli.

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TERRITORIO DI KRASNODAR

Territorio (76.000 km2; 5.009.800 ab. nel 1995; capoluogo Krasnodar) della Fed. Russa, compreso tra la provincia di Rostov a N, il Territorio di Stavropol a E, la Georgia a S e bagnato dal Mar d’Azov e dal Mar Nero a W, si estende ai lati del fiume Kuban, occupando a N un bassopiano fertile con zone tuttora paludose presso la costa e a S i contrafforti occidentali del Caucaso che scendono ripidi sulla costa del Mar Nero. Agricoltura (riso, grano, tabacco, vino), allevamento, pesca, estrazione di petrolio e industrie chimiche e petrolchimiche.

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KARACHAJEVO-CHERKESSIA

Repubblica (14.100 km2; 433.500 ab. secondo una stima del 1999; capoluogo Čerkessk) della Fed. Russa, estesa all’interno del Territorio di Stavropol, al confine con la Georgia, sul versante settentrionale del Grande Caucaso, qui attraversato dal fiume Kuban. Risorse economiche sono l’agricoltura (cereali, ortaggi, barbabietole da zucchero), l’allevamento ovino e bovino, lo sfruttamento forestale e del sottosuolo (carbone, piombo, zinco e rame). In russo, Karačajevo-Čerkesskaja Avtonomnaja Oblast.