Caucaso. Una volta qui era tutta Urss

Georgia, Armenia, Azerbaigian e gli stati ancora nella federazione russa. Cosa succede e chi comanda
Fino al 1991 dire Caucaso voleva dire Unione Sovietica. La stragrande maggioranza dell’opinione pubblica mondiale, ignorava l’esistenza di popoli come i ceceni, gli armeni e i georgiani. In quanto cittadini sovietici erano tutti “russi”. Alla fine degli anni 80 il venir meno del controllo di Mosca ha dato il via a una serie di tensioni e conflitti ancora irrisolti. Il più noto è quello della Cecenia, soprattutto per i legami dei guerriglieri con la rete di Al Qaeda. Nei suoi messaggi contro l’Occidente, Osama Bin Laden ha più volte citato la Cecenia come terra di jihad e le immagini dei numerosi attentati compiuti a Mosca dai ceceni hanno fatto il giro del mondo. Ma il quadro complessivo del Caucaso rimane ai più oscuro.

Mappa politica

Crocevia Caucaso

Grande poco meno della Francia, il Caucaso è la cerniera tra Europa e Asia, tra cristianesimo e islam. Il secolare dominio russo (zarista prima, sovietico poi) non è riuscito a cancellare le identità nazionali e a spegnere le istanze di indipendenza. Per Mosca il Caucaso è stato sempre la porta per il Medio Oriente. Ricco di petrolio, oggi è anche lo snodo cruciale per gli oleodotti (alcuni già operanti, altri in fase di realizzazione) che collegano le riserve naturali dell’Asia centrale al Mar Nero. Una regione di importanza strategica fondamentale, dunque.

Uno sguardo d’insieme
Il Caucaso post-sovietico è composto a sud (Transacaucasia) da tre repubbliche indipendenti (Armenia, Georgia e Azerbaigian) e a nord da sette repubbliche aderenti alla Federazione russa: Cecenia, Adigezia, Karacaevo-Circassia, Cabardino-Balcaria, Ossezia settentrionale-Alania, Inguscezia e Daghestan.

Un puzzle di etnie, lingue, religioni e storie diversissime. Nel Caucaso settentrionale prevalgono il cristianesimo ortodosso e l’islamismo sunnita. Dal punto di vista linguistico la regione è una vera babele. Si contano fino a quindici tra lingue ufficiali e dialetti. Il russo, nonostante tutto, rimane la lingua conosciuta da tutti.

I conflitti: quindici anni di sangue
Dalla fine degli anni 80 il Caucaso è scosso da conflitti. Guerre a volte lunghe e cruentissime, lontane dai riflettori della stampa mondiale. Un vero rompicapo. Si comincia nel 1988, con il conflitto del Nagorno-Karabakh. Gli armeni che abitano questa regione autonoma situata all’interno dell’Azerbaigian combattono per unirsi alla confinante Armenia. Nel 1991 viene proclamata la Repubblica armena dell’Alto Karabakh. Il conflitto con gli azeri ha provocato oltre 20 mila morti. Tra il 1992 e il 1995 si scontrano Ossezia Settentrionale e Inguscezia perché dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Inguscezia ha dovuto cedere all’Ossezia una parte consistente del suo territorio. Oggi nelle due Repubbliche vige lo stato di emergenza dopo che la guerriglia tra opposte fazioni ha provocato centinaia di morti. L’Ossezia Meridionale, regione autonoma della Georgia, popolata in gran parte da Osseti, vuole unirsi alla Ossezia Settentrionale e a questo scopo si è proclamata sovrana. Anche qui vige lo stato di emergenza. Nel luglio 1999 i 530 mila musulmani abkhazi dichiarano la propria indipendenza dalla Georgia. Sostenuti da Mosca e persino da gruppi di volontari ceceni, gli abkhazi resistono ancora oggi ai tentativi dell’esercito georgiano di riprendere il controllo del territorio. Sempre nel 1999 ribelli ceceni scatenano la guerra santa e occupano molti villaggi della parte occidentale della Repubblica. E poi c’è la madre di tutte le guerre del Caucaso: la Cecenia.

Dimenticare Grozny
Nel 1991 l’Urss crolla. Il presidente ceceno Dzhokhar Dudayev, appena eletto, dichiara l’indipendenza. Nel 1994 Mosca invia l’esercito per reprimere il movimento indipendentista. Dopo due anni di guerra, gli accordi di Khasavyurt (1996) portano a un cessate il fuoco, ma non all’indipendenza. Finisce con un nulla di fatto la prima guerra cecena. Nel 1997, dopo una serie di terribili attentati dinamitardi nei quartieri popolari di Mosca, il Cremlino accusa i ceceni e invia di nuovo l’esercito. Nel 1999 Aslan Maskhadov, leader indipendentista e non-violento viene eletto presidente. Il Cremlino lo costringe all’esilio. Nel 2003 Putin organizza un referendum in Cecenia. Viene approvata una nuova costituzione che concede una certa autonomia alla repubblica caucasica mantenendola dentro la federazione russa. Nell’ottobre dello stesso anno Akhmad Kadyrov viene eletto presidente con il placet di Mosca. Verrà ucciso nel maggio 2004 in un attentato a Grozny. Per il Cremino i caduti russi in Cecenia sono 4.000, ma il Comitato Madri dei Soldati parla di 15.000 russi morti. Impossibile quantificare le vittime civili. Per alcune Ong sarebbero almeno centomila. Grozny è una città fantasma. Diffuse e sistematiche le violazioni dei diritti umani perpetrate da ambo le parti. Mosca è accusata di impiegare armi chimiche e di ricorrere sistematicamente a violenze d’ogni genere contro la popolazione civile.

Gli interessi in gioco: Islam e petrolio
Fino a trent’anni fa, il Caucaso era il serbatoio petrolifero della Russia. Nella stessa Cecenia si estraevano considerevoli quantità di greggio. In seguito alla scoperta di altri importanti giacimenti nell’Asia Centrale (Kazakhstan, soprattutto), il petrolio della Cecenia è divenuto meno importante. Rimangono però cruciali i suoi centri di raffinazione e smistamento. E’ da Grozny che passa l’oleodotto che collega la Russia con i pozzi di Baku sul Mar Caspio in Azerbaigian e che poi si dirama a Sud verso il Mar Nero, lungo il confine turco. Il Caucaso (e la Cecenia in particolare) è stato oggetto di una massiccia penetrazione del wahabismo, la corrente integralista islamica finanziata dalla casa regnante saudita. Nel giro di pochi anni, l’irredentismo ceceno unitosi al jihadismo, ha provocato una terribile escalation militare. La causa cecena ha richiamato nel Caucaso migliaia di guerriglieri reduci dal jihad contro i russi in Afghanistan.

Armenia, Azerbaigian e Georgia: che fare?
I tre stati indipendenti del Caucaso vivono una comune incertezza. Democrazie giovani e fragili, controllate quasi sempre da ex burocrati sovietici padroni assoluti della scena politica. Dopo secoli di domino russo (e sovietico) sono oggi al centro di una grande partita a scacchi tra Russia e Stati Uniti. Dopo l’11 settembre 2001, Washington ha infatti intrapreso una politica di penetrazione geopolitica assai ardita. Nel febbraio 2002 ha infatti inviato propri consiglieri militari in Georgia per sostenere l’esercito locale contro i ribelli ceceni nella cosiddetta ‘Gola di Pankisi’, e per contrastare la forte influenza di Al Qaeda nell’area. L’obiettivo vero è controllare l’oleodotto che da Baku (sulla costa azera del Mar Caspio), raggiunge Supsa (sulla costa georgiana del Mar Nero). La fine dell’era Shevarnadze ha rimescolato non poco le carte. Mosca è tornata a fare la voce grossa, minacciando a più riprese l’intervento militare.

In Azerbaigian vige una sorta di “presidenza dinastica”: nell’ottobre 2003 Ilham Älyiev, figlio del presidente uscente, ha vinto al primo turno le elezioni presidenziali ma l’opposizione e l’Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza europea (Osce) hanno denunciato brogli mettendo in discussione la regolarità del risultato. La comunità internazionale sembra però chiudere entrambi gli occhi. Anche perché l’Azerbaigian è l’unico dei tre stati indipendenti a netta maggioranza islamica e una “democrazia controllata” conviene a tutti i vicini.
Più singolare la situazione dell’Armenia, che sta vivendo una sorprendente crescita economica grazie agli investimenti stranieri. Per questo minuscolo Paese (avamposto cristiano tra Paesi musulmani) alcuni osservatori ipotizzano addirittura un futuro di grande prestigio internazionale sotto l’ala protettiva degli Usa e della potente lobby armeno-americana. Staremo a vedere.
Di certo è impensabile che Mosca rinunci a una regione che considera sua da sempre e che oggi è ancora più importante per lo sfruttamento di risorse energetiche vastissime.
A quasi quindici anni dalla fine dell’Urss e del comunismo, per i popoli del Caucaso libertà e indipendenza sono ancora termini molto vaghi.

Da Pianeta Caucaso, Górecki Wojciech.