Le premesse storiche

Il conflitto tra la Russia e la piccola regione Caucasica, conosciuta come “Repubblica di Cecenia” e chiamata dai ceceni “Repubblica di Ichkeria”, ha radici secolari. Si tratta di un conflitto mai sopito e che trova nei secoli passati le sue radici. Il tentativo di assoggettare la Cecenia all’interno della Russia degli zar prima, dell’Unione Sovietica poi e della Federazione Russa oggi, ha inevitabilmente cozzato contro una ostinata resistenza e ribellione.

Già nel 1770 la Cecenia fu invasa dalla Russia di Pietro il Grande.
È da questa data in poi che la storia cecena rimane intimamente legata a quella Russa.

I CECENI sono una nazionalità autoctona della regione caucasica, si sono formati come nazione nell’ambito di tribù sedentarie organizzate in clan ed accomunate da contiguità territoriale e dall’uso della stessa lingua, il nakh. Questa lingua è antichissima e, come il basco, non sembra avere alcuna parentela con qualsiasi lingua conosciuta. Essa rimane la madrelingua del 95% dei ceceni, malgrado sia stata bandita non solo nelle scuole e negli enti pubblici, ma vietata anche nel linguaggio comune La religione, prima della conversione all’Islam, consisteva nel culto di divinità rappresentanti le forze della natura. La società cecena si è sempre basata su una struttura arcaica di clan e famiglie, il più delle volte fra loro rivali e che ricorrevano, se necessario, alla vendetta di sangue. Questa composizione sociale e le usanze ad essa collegate sono aspetti ancora presenti nell’attuale società cecena e su di essi ha facile presa la propaganda della politica russa. Nonostante ciò non esistevano, però, reali differenze di ceto o di classe, soprattutto a livello contadino, a differenza, invece, della società russa zarista in cui queste classi erano praticamente ridotte in schiavitù o, in ogni caso, vivevano in condizioni di pesante miseria e povertà a vantaggio di una piccola e ricchissima borghesia.

Dopo una lunga indipendenza, dovuta al sostanziale isolamento, nel VI secolo accettarono la sovranità, del tutto formale, del popolo turco dei khazari, ma la penetrazione arabo-musulmana nel Caucaso del nord lasciò ancora i nakhce alla loro religione, mentre i ceceni più occidentali subirono l’influenza del cristianesimo (religione dei vicini osseti e georgiani). Con l’avvento dei tartari ed il regno dell’Orda d’oro nel XV secolo, i clan ceceni orientali (ancora pagani) furono assoggettati allo samkal musulmano del Daghestan, quelli occidentali al principe dei circassi cabardini. Era l’anno 1485 ed il tipo di Islam che fece presa più di ogni altro in Cecenia fu, e rimane tuttora, quello Sufi, ovvero l’ala più mistica e conciliante. L’Islam integralista e la jiihad non hanno mai fatto veramente presa sulla popolazione, se non in particolari momenti storici che mettevano a rischio, come quello attuale, la stessa esistenza della Cecenia.
Nel 1556, i russi conquistarono il khanato tartaro di Astrakhan avvicinandosi così ai confini caucasici orientali, mentre la Cecenia, alla scomparsa dello samkal, entrò gradualmente nell’orbita dell’impero persiano dei safavidi. Ma l’islamizzazione dei ceceni, che risalirebbe al XVI secolo, si ebbe solo sotto gli ottomani, come prova ne è la lenta adesione al sunnismo (i persiani erano invece sciiti).

Agli inizi del XVIII secolo si profilò la minaccia dell’espansionismo russo verso la regione caucasica sotto la guida dello zar Pietro il Grande. Il pretesto della definitiva conquista del territorio venne loro offerta dai ceceni occidentali che, in quanto cristiani, chiesero nel 1770 di essere liberati dalla dominazione dei circassi, i russi però occuparono anche i territori orientali proprio nel momento in cui l’islamizzazione di massa era ormai al suo culmine: vi era infatti una forte predicazione da parte di confraternite guidate da uno saikh, di uno dei primi fu Mansur Usurma (sotto il cui nome si cela un ex-missionario piemontese convertitosi all’islamismo) che guidò i Ceceni alla rivolta (1773), repressa però spietatamente dopo l’arresto di Usurma nel 1791
Nel 1813 fu conquistano anche il Daghestan.

Nel 1824 la rivolta si riaccende ed è guidata da un daghestano: il famoso Imam Shamil. La guerra dura fino al 1859. Di nuovo la religione risultò il movente catalizzatore contro il sempre più pressante processo di“russificazione”. Si trattò della ribellione più consistente e più nota della storia cecena contro il processo di incorporazione nello stato russo. La base della ribellione furono gli iniziati delle confraternite nakhsbandi, risollevatesi dopo la persecuzione russa della prima ribellione. Shamil riuscì in pochi anni a costruire uno Stato islamico, di cui era sovrano assoluto, riunendo “tutta la Cecenia e tutto il Daghestan non sottomesso” (ad eccezione cioè della fascia costiera) sotto il nome di “emirato del Caucaso”. Negli oltre trent’anni di indipendenza, l’imam cercò di estirpare il diritto indigeno con la legge islamica della svaria. L’emirato venne poi diviso in “naibati” (gruppi di villaggi retti da un naib) a loro volta raggruppati in tre regioni rette da governatori: Cecenia, Avaria e Daghestan meridionale. Il reddito dello stato derivava dal decimo dei prodotti della terra (elemosina prevista dalla legge islamica), dai proventi delle ammende per i delitti minori ed infine dai beni confiscati ai giustiziati per delitti maggiori. Shamil poteva inoltre contare su un esercito di circa 30.000 combattenti, ma nella sua resistenza venne lasciato completamente solo: chiese aiuto alla Mecca e fece credere ai suoi di condurre una guerra santa per conto del sultano ottomano per tenere alto il morale, ma venne sconfitto dai russi nel 1859.

I russi credettero così di aver definitivamente soggiogato la Cecenia ed il Daghestan, ma una nuova confraternita sufi, i khadiri, cominciò a raccogliere segretamente tutti i reduci dell’esperienza di Shamil e, sotto il suo leader Kunta Hagi, convertì la Cecenia occidentale (Inguscezia). I russi temevano il fanatismo delle nuove confraternite e nel 1864 interruppero la preparazione di una rivolta uccidendo duecento congiurati. Intanto i ceceni occidentali, divenuti musulmani, pretendevano di essere considerati una nazionalità distinta dai ceceni orientali diventando così gli ingusci. Nel frattempo l’esercito zarista aveva invaso la Cabardia costringendo i circassi occidentali ad emigrare nell’impero ottomano seguiti anche da circa 25.000 ceceni che, pur non considerandosi turchi, videro nel sultano ottomano l’unico sovrano da loro riconosciuto. Le confraternite continuarono la loro lotta nella clandestinità e, d’altronde, la presenza russa si manifestava in modo più discreto, limitandosi a tutelare l’ordine pubblico ed evitando ogni intervento negli affari interni del paese.

Verso la fine del XIX secolo si attuò nell’Islam russo la rivoluzione giadidista, un tentativo cioè di modernizzazione culturale dei costumi musulmani, ma non nel Caucaso del nord: la nakhsbadiyah era ancora forte nel Daghestan, mentre in Cecenia-Inguscezia la khadiriyah era molto diffusa, anche se in modo minore. L’opposizione al dominio russo era ancora di carattere religioso più che nazionalistico-democratico.
Grandi sconvolgimenti politici investirono l’impero russo dopo la sconfitta subita dal Giappone nel 1905 e l’entrata in guerra nel 1914. Va ricordato che nel frattempo una folta comunità russa si era stabilita nel Caucaso settentrionale in seguito alla scoperta di giacimenti petroliferi e a questa nascente industrializzazione del territorio, che richiedeva sempre più operai specializzati, parteciparono anche quei pochi indigeni che avevano potuto frequentare le scuole russe (prima solo il “clero” islamico era alfabetizzato), venendo così a formare una élite laica e moderata. Si struttura e si amplia così, nell’adiacenza dei pozzi petroliferi e per iniziativa russa, la capitale Grozny (fu fondata nel 1818 dal generale Yermolov, comandante delle truppe di occupazione, molto noto per la sua abilità di soldato e per il suo spietato comportamento nei riguardi della popolazione locale): ciò rappresenta per i ceceni un’ulteriore penetrazione russa di tipo industriale ed affaristico; per i russi rappresenta, invece, l’orgoglio di aver costruito una capitale ed infrastrutture industriali allo scopo di innalzare il livello di vita del proletariato ceceno

In seguito alla rivoluzione d’Ottobre del 1917 ed alla caduta degli zar, tutto il territorio dell’impero russo si risveglia ed il Caucaso non sta a guardare. Venne istituita “l’Alleanza dei montanari uniti del Caucaso” tra i diversi popoli musulmani della Ciscaucasia per proclamare l’autonomia amministrativa all’interno della nuova Russia, ma non riuscì ad ottenere il consenso delle confraternite che sognavano il ripristino di uno stato teocratico come quello instaurato da Shamil (ad Andi, nel Daghestan, in un’assemblea religiosa del 1918, Huzun Haji darà inizio all’arruolamento di un esercito popolare).
Nell’ottobre del 1917 il soviet dei commissari del popolo diffusero una Dichiarazione sui diritti dei popoli della Russia che si fondava su quattro punti:
1. Uguaglianza e sovranità dei popoli di Russia.
2. Diritto all’autodeterminazione con l’eventuale costituzione di uno stato indipendente.
3. Abolizione di privilegi e limitazioni nazionali e religiose.
4. Libero sviluppo delle minoranze etniche.
Nel dicembre del 1917 una alleanza Caucasica, incoraggiata dallo stesso Lenin che aveva firmato la “Dichiarazione sui diritti dei popoli della Russia”, dichiara l’autonomia politica e amministrativa del Caucaso del nord.
Quindi ai musulmani di Russia sembravano garantite tutte le libertà, ma nel gennaio 1918 i bolscevichi ciscaucasici istituirono il soviet del Terek, embrione di un governo locale sovietico, con l’appoggio degli osseti (l’unico popolo nord-caucasico favorevole ai russi). Nello stesso mese a Pietroburgo veniva fondata la Rsfsr, il cui referente nel Caucaso era il minuscolo soviet di Terek che non poteva certo far fronte alla complessità del territorio in cui si trovava. Tra maggio e giugno dello stesso anno la Transcaucasia ed il Caucaso del nord proclamarono la loro indipendenza e stipularono un’alleanza militare con l’Impero Ottomano.
Le forze controrivoluzionarie si organizzarono ed il generale Denikin con la sua “armata bianca” occupò parte della Russia meridionale con l’appoggio dei cosacchi del Terek; l’esercito di 10.000 volontari dell’islamico Haji gli si oppose fino a liberare parte del Daghestan e della Cecenia proclamando la restaurazione dell’Emirato del Caucaso del nord nel febbraio del 1919, che resistette fino al contrattacco dell’armata bianca nell’ottobre dello stesso anno. Anche questa volta a fronteggiarli c’era l’esercito di Haji che si congiunse alle forze riorganizzate dell’Armata rossa proveniente da nord. Nel febbraio del 1920 le truppe di Denikin abbandonarono definitivamente il Caucaso settentrionale, il controllo della regione passò in mano ai bolscevichi che offrirono la carica di mufti a Haji. Il tentativo di collaborazione tra indigeni e bolscevichi franò però con la morte di quest’ultimo: Hotso (aveva avuto la carica di emiro durante la breve esperienza d’indipendenza) ed il pronipote di Shamil, Said Bek, si opposero al nuovo regime e riuscirono ad infliggere qualche sconfitta all’Armata rossa sulle alture del Daghestan. Le truppe sovietiche ripresero il controllo della situazione durante l’inverno ma, rendendosi conto della difficile situazione, Stalin, il 20 gennaio 1921 annunciò l’amnistia ed offrì ampia autonomia al Caucaso settentrionale all’interno della Rsfsr, accettando le tre condizioni degli indigeni: il mantenimento della sharia, l’impegno di non interferenza negli affari interni e la restituzione agli autoctoni delle terre assegnate dagli zar ai cosacchi. Nasceva così la Repubblica autonoma della Montagna destinata a sopravvivere tre anni e mezzo. Sotto la guida di efficienti intellettuali islamo-comunisti (i padisha) e grazie alla Nep (la nuova poltica economica) il territorio pareva pacificato. Nel 1923 nacque il ceceno scritto, all’inizio in caratteri arabi ed in seguito nell’alfabeto latino; l’anno dopo anche l’inguscio venne standardizzato direttamente in caratteri latini.
Agli inizi del 1924 morì Lenin, venne promulgata la costituzione dell’Unione Sovietica e questo fu il momento scelto da Stalin per dissolvere la Repubblica autonoma della Montagna, credendo che il territorio non necessitava più di una mediazione anche se solo amministrativa. Al contrario del suo predecessore, strenuo difensore dei diritti nazionali dei popoli sovietici, Stalin promuoveva la sua idea di centralizzazione politica ed amministrativa, dedicandosi alla completa collettivizzazione della terra con la creazione d’aziende di stato e cooperative.S’intensificava la propaganda antireligiosa nel Caucaso settentrionale, venivano aboliti i tribunali islamici e nel 1928 si diede avvio alla collettivizzazione forzata provocando una nuova rivolta che dalla Cecenia si estese verso il Daghestan: nel 1930 i ribelli musulmani approfittarono di un’amnistia per assassinare alcuni membri del partito (per lo più russi), dopo la cruenta repressione, una nuova rivolta cecena si trascinò per altri cinque anni. Nel 1938 si tentò la strada della russificazione culturale e linguistica facendo adottare al ceceno ed all’inguscio l’alfabeto cirillico.
Il 22 giugno 1941, la Germania invase l’Unione Sovietica, l’anno dopo con “l’operazione azzurra” i nazisti s’impossessarono dei pozzi di petrolio. Così com’era accaduto in Crimea i tedeschi trovarono molta collaborazione da parte dei musulmani del Caucaso (nel 1918 alcuni esuli avevano dato vita proprio in Germania alla rivista “Kaukasus”, uno di questi rifugiati, Kantemir, seguì le truppe tedesche diffondendo il verbo nazionalista). Le truppe naziste in verità non occuparono mai l’Inguscezia e la Cecenia e non ottennero una collaborazione rilevante, nonostante le speranze di molti ceceni ed ingusci: l’Armata rossa, a partire dal febbraio del ’43 rioccupò tutto il Caucaso.

La vendetta staliniana non si fece attendere: il 23 febbraio del 1944, i caraciai, i ceceni e gli ingusci furono deportati senza processo in Siberia e nell’Asia centrale e la Cecenia-Inguscezia venne inglobata alla provincia russa di Stavropol tranne il distretto di Prigorodnj, che fu assegnato alla fedele Ossezia. L’8 marzo la stessa sorte tocca ai Balcari. Furono deportati quasi un milione di persone. La deportazione venne attuata stipando la gente in treni merci. Vennero dati alle fiamme molti libri e opere rappresentative della cultura cecena. Si calcola che furono deportati 400.000 ceceni e che circa 100.000 morirono, per stenti, assideramento e fatica, durante il trasporto. La tragedia delle deportazioni del 1944 viene ancora oggi commemorata ogni 23 febbraio, ed è forse l’esperienza più sconvolgente che è rimasta impressa nella coscienza nazionale dei ceceni. Praticamente tutti i Ceceni che sono nati fra il 1944 ed il 1957, non sono nati in Cecenia essendo figli dei deportati di Stalin. Nel 1944 Stalin istituì nella Ciscaucasia provvedimenti per istituzionalizzare l’Islam sovietico su esempio della felice regolamentazione dei rapporti tra lo Stato sovietico e la Chiesa russo-ortdossa, così il Caucaso del nord diventava un nazarat sunnita di rito hanafita diretto da un mufti. Toccherà a Kruscev, al XX congresso del PCUS dichiarare la deportazione subita nel Caucaso “crimine staliniano”. Il 9 gennaio 1957 un decreto riabilitò i ceceni-ingusci, i balcari e i carciai e vennero ricostituite le rispettive Repubbliche autonome. Nell’estate del ’58 si verificarono gravi scontri tra i profughi ritornati in patria ed i russi subentrati al loro posto.

Poi seguì un discreto periodo di calma relativa. La comunità cecena accetta, almeno in apparenza, la sottomissione al regime sovietico. I trenta anni successivi sono infatti contrassegnati da una apparente convivenza, nonostante lo scoppio di alcuni disordini. A partire dagli anni Sessanta le confraternite religiose esautorarono, nella gestione della fede, la nazarat. Nel 1973 si svolse a Grozny una manifestazione popolare per la restituzione del distretto di Prigorodnj. Nel 1981 scoppiarono disordini, per la stessa ragione, tra ingusci ed osseti.
Ma i problemi veri nascevano con l’avvento dell’era gorbaciovana, quando le riforme mutarono il costume sovietico e si ripristinarono alcune libertà civili: s’innescarono così una ad una le rivendicazioni nazionali interne. In tutte le repubbliche ciscaucasiche nascevano piccoli movimenti nazionalistici. Nel 1991 si effettuarono i primi scontri a fuoco tra russi ed ingusci, dove apparve molto forte il Partito di rinascita islamica, integralista e del tutto indifferente al principio di nazionalità. Fino alla caduta del muro di Berlino, quando riprendono vigore i sopiti, ma sempre presenti, sentimenti “anti-russi”.

Continua l’argomento…

 

 

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